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Delle favole ed enimmi di messer Giovanfrancesco Straparola da Caravaggio. Notte seconda.


Aveva già Febo le dorate rote nelle salse onde dell’indiano mare, ed e suoi raggi non davano più splendore alla terra, e la sua cornuta sorella le oscure tenebre con la sua chiara luce signoreggiava per tutto, e le vaghe e scintillanti stelle avevano già il cielo del suo lume dipinto, quando l’onesta ed orrevole compagnia al luogo solito a favoleggiare si ridusse. E, messisi tutti, secondo i gradi loro, a sedere, la Signora Lucrezia comandò che l’ordine, nella precedente sera tenuto, in questa osservar si dovesse. E perciò che cinque delle damigelle restavano a novellare, la Signora impose al Trivigiano che i loro nomi scrivesse, e nel vasetto d’oro li ponesse: traendoli dal vaso ad uno ad uno, sì come fu fatto nella prima sera. Il Trivigiano, ubidiente molto alla sua Signora, essequì il comandamento suo. E per sorte il primo, che uscì del vaso, fu d’Isabella il nome: il secondo, di Fiordiana: il terzo, di Lionora: il quarto, di Lodovica: il quinto fu di Vicenza. Poscia a suono de’ flauti cominciorono a carolare, menando il Molino e Lionora la ridda. Di che le donne e parimente gli uomini fecero sì gran risa, che ancora ridono. Finito il ballo tondo, tutti si puosero a sedere, e le damigelle una dolce ed amorosa canzone in laude della Signora in tal guisa allegramente cantorono.

I’ dico e dirò sempre,
     Nè fia chi mai di tal pensier mi mute,
     Ch’essempio siete voi d’ogni virtute.
     Con gli atti riverenti, onesti e saggi,
     Ch’escono de’ bei raggi,