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capo quinto 627

una compagnia delta della Carità per ricoverare i poveri inabili al lavoro ed insegnare agli altri l’esercizio d’un’arte; ed abbiamo similmente rammentato come, difettando i mezzi, questa ultima parte solamente dell’impresa potessero avviare, che pigliò nome d’Albergo di Virtù.2 Malletto, vicario; Degiorgis, sindaco della città; Chiaretta; Fornelli, professore nell’università di Torino; Famiglia, tesoriere della medesima, e due ricchi mercatanti milanesi, pratici dell’arte della lana, Fontanella e Poiliago, furono i principali autori e promotori di questa opera insigne, alla quale so da documenti sicuri che non fu straniero il duca Emmanuele Filiberto. Carlo Emmanuele i, figliuolo di lui, poco dopo la morte del padre (dicembre 1580) assegnò all’Albergo di Virtù un censo annuo di scudi 600 d’oro. Sei anni dopo lo dotò di beni posti nel territorio di Lucento, del valsente di scudi d’oro 3,000.

Nel 1587 scorgendo il buon principe che il dispendio che necessitava quell’instituto era superiore di molto alle forze private, consentì a pigliarne egli stesso con molto affetto la cura, a far sua l’impresa, e trasferì l’Albergo di Virtù dalla casa in cui era presso al sito ove ora sono le Rosine, nella casa di campagna di don Amedeo di Savoia (ora ospedale di Carità),3 donde dopo il 1682 venne trasferito in piazza Carlina.

Crebbe sotto gli auspizi del principe l’Albergo