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capo sesto 427


Fu preso a Ceva, sua patria, ne’ primi giorni di gennaio. La notte del 7 all’ 8 di quel mese tentò d’uccidersi aprendosi la vena d’un braccio con un temperino. Il sangue che ne spicciò, fece un rigagnolo sul pavimento, e seguendone il pendio si sparse fin sotto la porta della camera, sicchè i custodi che vegliavano nella stanza vicina, se ne avvidero, ed accorsi furono in tempo a riparare.

Condotto a Torino fu rinchiuso alcun tempo in castello, poi nelle carceri senatorie. Dagli esami si riseppe che il senatore Bernardino Sillano, l’aiutante di camera Giovanni Antonio Gioia e il monaco aveano trattato di far morire Madama Reale e il duca. S’era parlato di veleno, ma non piaceva quel mezzo, onde si giudicò di ricorrere alle incantagioni.

Il libro Centum regum, la clavicula Salomonis, ed altri tenebrosi maestri di tali scienze insegnarono al monaco siccome formando nel mese di settembre quando il sole entra in libbra una statua di cera vergine, recitando per un certo tempo sopra la medesima il salmo: Deus laudem meam ne tacueris, e giunto al versetto fiant dies eius pauci, prefìggendo alla persona che con detta imagine si è voluta raffigurare il termine entro il quale dovesse morire, e piantando in petto alla statua la spina d’un pesce chiamato micros, si procurava con effetto alla detta persona la morte.