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476 libro sesto


Il duca lasciò Torino a’ 17, onde tener la cam­pagna, ed apparecchiarle i soccorsi; e il comando della città assediata rimase al conte Daun ed al mar­chese di Caraglio.

I borghesi, da lungo tempo usi agli esercizi di guerra, e devoti al loro principe, montavano la guardia sui bastioni ed alle porte della città, che non furono mai chiuse.

Sapevano gli assediati che il giorno di S. Giovanni doveva aprirsi terribilmente il fuoco delle batterie nemiche. Onde in sull’aurora, quasi a sfida, il ba­stione del beato Amedeo (della cittadella) li salutò con quattro colpi di cannone. Risposero incontanente gli assedianti con uno sparo generale delle sei bat­terie che aveano apparecchiate. Le palle foravano le case della città, correvano e rimbalzavano per le strade, e alcune, attraversando tutta la città, non s’arrestavano che al di la del Po. Il che facevasi con grande uccisione, e maggior paura del po­polo, ma con poco o niun danno delle opere di difesa; essendoché, delle sei batterie nemiche, una sola affrontava direttamente la cittadella, e questa fu nel giorno stesso ruinata dai nostri cannoni. E tali disposizioni, come non onoravano la perizia degli assedianti, così non ne commendavano l’uma­nità per l’inutile macello del popolo imbelle.

I magistrati ed il consiglio della città, lasciando le solite residenze troppo soggette all’infestamento