Pagina:Storia di torino v1 cibrario 1846.djvu/443


capo primo 435

curiosità degli studiosi; a Torino, a Mondovì, a Borgo in Bressa, a Vercelli alzò cittadelle, adoperandovi e la scienza propria (chè molta n’avea in tal fatto), e quella di Francesco Pacciotto e di Ferrante Vi­telli. Creò un esercito permanente nazionale di 12(?)m. uomini, e chiari capitani deputò a comandarlo, e del paese e forestieri; creò ancora quindici com­pagnie di cavalli. Riformò la moneta, della quale tanto si era abusato, e mantenne severamente la pubblica fede. Nuovi ordini pubblicò in materia civile e cri­minale, esempi di specchiata prudenza. Ai donativi, chiesti volta per volta, sostituì il tasso ed altre gra­vezze, e con lunghe e sagaci negoziazioni persuase i principali comuni a consentire senza opposizione, mostrando chiaramente come tutto s’impiegasse a beneficio del paese il provento dell’erario ducale. Introdusse l’industria della seta, gran quantità d’arti meccaniche, massime le più utili; del fondere e gittar cannoni e altri stromenti da guerra egli stesso si dilettava, come dello stillar acque ed olii, e d’altre operazioni di chimica.

Della storia grandemente si dilettava; e sebbene parlasse e scrivesse perfettamente lo spagnuolo ed il francese, che era l’antica lingua di sua casa, pure, sapendo d’essere principe italiano, di quella si valea continuamente, usando una buonissima lingua comune cortigiana.1

Infine, perchè ninna gloria mancasse al suo regno,