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libro primo, capo terzo 29

mezzo crude, e se ne satollavano con bestiale avi­dità. Dopo quel sozzo convito addestravansi nei balli, ne’ ludi; provavansi l’un coll’altro nell’armi e duel­lavano con tanta ferocia, che spesso ve n’erano di feriti, sovente ancora d’uccisi. La battaglia era loro supremo diletto, e tanto eran bramosi di soprastare per solo valor personale, che molte volle nel calor della mischia gittavan l’elmo e il saio e combattevan nudi. Viveano ordinali a ciani o tribù a guisa di esercito scompartito sopra una certa quantità di ter­reni. Non conosceano dritto di proprietà. Campa­vano di pastorizia e di agricoltura, instabile com’essi ed errante. Le loro comunanze eran campi od at­tendamenti, non città nè villaggi. La loro ricchezza era nelle clientele, ossia nel seguito che i più pro­vati aveano d’altri guerrieri, non cose ma persone.

Questa era la nazione che la fortuna dovea porre a contrasto colla morbida eleganza etrusca seicento anni prima di Gesù Cristo.

Varii di questi popoli abitanti tra Garonna e Senna, ignari d’ogni arte fuorché di quelle di distruggere e di procreare, crescendo ogni giorno di numero e non avendo di che campare, deliberarono una doppia emigrazione, una al di là dal Reno, l’altra al di qua dalle Alpi. Qui vennero guerrieri, donne e fanciulli in numero sterminato condotti dal loro Brenno, o re Belloveso. Dal paese de’ Tricastini s’avviarono verso le Alpi che si drizzavano terribili ad impedir