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capo settimo 165

posseduti, apparendo dal tenor del medesimo, che l’imperatore ne nominò solamente alcune; e scor­gendosi dai doni di Gezone e di Landolfo che i ve­scovi di Torino ne possedevano molte altre. Che poi l’antichità di questo possesso risalisse almeno al tempo degli ultimi re Carolingi, ne traggo argomento dal fatto che abbiamo narrato intorno all’anno 900 del vescovo Ammulo, della sua contesa co’ cittadini, e delle forze con cui tornando nella città da cui era stato cacciato, se ne rendette padrone distruggendo le mura e le torri. Questo fatto non si potrebbe in­tendere senza supporre il vescovo di Torino inve­stito di larga podestà temporale e di molte ricchezze, il che per altra parte non è difficile a credersi se si pon mente alle prove che ci sono rimaste di ugual condizione d’altri vescovi italiani, non solo ricchi di beni, ma eziandio privilegiati e d’immunità dalla giurisdizione ordinaria dei conti, e di giurisdizion comitale su territori che possedevano; il che indu­bitatamente era ne’ tempi di cui parliamo già av­venuto anche in favor de’ vescovi torinesi, sebbene non ci sia giunta autentica testimonianza della ori­ginai concessione d’imperatori o di re.

La briga che Odelrico Manfredi ebbe nel 1031 co’ cittadini, gli venne per causa dell’abate di Breme. Era stato promosso a quell’ufficio un giovane monaco chiamato Odilone, il quale, di sollazzi e del grandeggiar mondano, piucchè del pastoral ministero sollecito,