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libro secondo, capo quinto 143


Queste poche parole ci rivelano, a ben conside­rarle, importantissime verità.

Il vescovo nei tempi Longobardi, e massime quando erano ariani, come capo della comunanza religiosa conservava eziandio e protèggeva la comunanza mu­nicipale, la cui forma politica era perita, ma che sotto al manto della società religiosa riponeva il consorzio di quegli universali interessi che sempre esistono dove esiste una grande riunione di popolo ordinata a vivere cittadinesco.

Sotto ai Carolingi i vescovi acquistando grande influenza politica, e facendo preponderare la religion sullo Stato, aveano in alcune città acquistato privi­legi, immunità, ragioni di dominio temporale.

Sciolto poi l’impero di Carlomagno, ed essendo l’Italia straziata da continui tumulti e da guerre ci­vili, i popoli aveano cominciato ad afforzare le loro terre, onde non venire faci! preda in mano al primo assalitore. A Modena il vescovo Leodoino fu quello che nell’ 892 fortificò le porte e costrusse bastioni.

A Torino pare che i cittadini medesimi avessero guernito di torri e d’altre difese le loro mura. Questa opera non potea farsi senza supporre nella cittadi­nanza un ordinamento sociale; una almeno di quelle giure o gilde che abbiam veduto fin dal secolo pre­ cedente negli aldioni o censuali d’Oulx. E per con­seguenza un germe già molto sviluppato di comune.