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tempj, e da altri luoghi, ove si veneravano; o vi faranno stati chiusi dentro per comando degli stessi imperatori cristiani; come si può intender s. Agostino1 là dove scrive, che nel 405. tutti vi erano rovesciati i simulacri degli dei: Eversis in urbe Roma omnibus simulacris; seppure non vuol dire, che più non si adoravano pubblicamente, come pare dal contesto. Per li simulacri, o statue poste in altri luoghi, i Cristiani non vi si opposero; e noi già osservammo2, che l’imperator Costantino, e gli altri le voleano conservate, come Prudenzio3 induce quell’imperatore a parlare in Senato con questi versi, che qui giova ripetere:

Marmora tabenti respergine tincta lavate,
O Proceres; liceat statuas consistere puras,
Artificum magnorum opera. Hæ pulcherrima nostra
Ornamenta cluant patriæ, nec decolor usus
In vitium versæ, monumenta coinquinet artis.

In fatti nell’anno 383. quando Roma era già quasi tutta cristiana, e que’ pochi idolatri, che v’erano rimasti, si contentavano di avere almeno per loro in pubblico l’ara della Vittoria, le terme, i portici, le piazze erano piene di simulacri, come si ha da s. Ambrogio, che in quell’anno scrisse la seconda lettera contro Simmaco, il quale avea supplicato per quella causa l’imperatore Valentiniano: Non illi satis sunt lavacra, non porticus, non plateæ occupatæ simulacris?4 E cristiano molto più era il popolo ai tempi di Procopio5,


che


  1. Serm. 107. de verb. Evang. cap 10. n. 13. in fine. oper. Tom. V. par. 1. col. 547.
  2. Tom. iI. pag. 416. n. 1.
  3. Contra Symm. Lib. 1. v. 502. segg. V’è stato chi ha preteso, che Prudenzio faccia parlare Teodosio, al tempo del quale vivea, non avendo forse badato al contesto del discorso. Credo che erri pure Bandini, il quale l. c. pag. 86. n. 1. vuol che debbano intendersi quelle parole delle statue degli uomini illustri. Quando mai queste aveano bisogno di essere purificate, e considerate come per altro uso, e per semplici monumenti dell’arte?
  4. Epist. cl. 1. epist. 18. n. 31. Op. Tom. iiI. col. 886. B.
  5. Questi parlando del tempio di Giano nominato qui avanti, dice che al tempo dell’assedio di questa città fatto da Totila, un giorno fu trovata la porta di esso sforzata, come per aprirla: il che ei sospetta che fosse fatto da qualche Gentile rimasto in Roma, per rinnovare l’antica usanza di aprire il tempio di Giano in tempo di guerra. Aggiugne però, che non si seppe l’autore di