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300 Storia delle Arti

§. 31. In Sicilia allora, dal promontorio di Lilibeo al capo Pachino, cioè in tutta la colla orientale dell’isola,


non


    quille campagne d’Arcadia, a Foci, e a Dori; e coll’esempio di queste ultime città, clic certamente libere erano in Grecia, e pur arti non aveano, mostra che poco alla libertà si deve. Dopo aver ciò provato con molti argomenti, passa Heyne ad esaminare le altre ragioni per cui cotanto in que’ luoghi e a quell’età si perfezionarono le arti; e vuole che, più che ad altro, questo si debba alle molte ricchezze della nazione [ come infatti da queste Diodoro lib. 12. princ. Ppag. 479. ripete il fiorir dell’arte nei cinquant’anni di pace, de’ quali parla Winkelmann qui avanti alla pag. 179.], e al poco lusso de’ privati nella domestica economia [cui si deve aggiugnere una indicibile avidità di gloria, che tutta animava la nazione, e una gara perpetua fra le rispettive città di sorpassarsi in ogni cosa ].
    Ma su qual principio mai Plinio, nel fissare le epoche degli artisti, per lo più sceglie i tempi migliori per la nazione, che sovente pur furono quelli della libertà? Qui Heyne propone una ingegnosa congettura. Plinio, dic’egli, non s’è già immaginate le epoche degii artisti, ma da altri più antichi scrittori le ha tratte. Questi erano cronisti o storici, che i fatti della Grecia esponevano; e per dare un certo ordine agli scritti loro, divideanli in epoche, fissandole a que’ tempi ne’ quali, dopo qualche grande evento o disastro, la Grecia rimanea tranquilla. Questi momenti di riposo sceglieva lo storico per terminare il libro o ’l capo, e in fine ad esso soggiugneva tutto ciò di cui naturalmente non s’era potuto far menzione nel racconto degli avvenimenti, rammemorando per tal modo gli uomini celebri nelle scienze e nelle arti. Ecco, secondo lui, come naturalmente dopo un avvenimento rimarchevole passavasi da quegli storici de’ chiari artisti, senza che quindi inferir si dovesse che appunto in que’ tempi aveano vissuto. Plinio avea tali storie sotto gli occhi mentre scriveva la sua; e avendo a parlare degli artisti, ne fissò le epoche a quelle olimpiadi, sotto le quali ne trovava notati i nomi. [ Converrebbe però supporre una gran negligenza, e inesattezza tanto in quegli storici, che in Plinio loro seguace; difetti, che per questa parre non veggiamo in nessuno degli antichi storici, che ci sono rimafti, come Tucidide, Diodoro, Pausania, Eusebio, ed altri, i quali seguono l’ordine delle olimpiadi, e dei vincitori in esse, siccome neppur si vede nelle epoche fissate nel Marmo d’Oxford. A me pare più verosimile che Plinio, senza andar a leggere tante storie, o croniche universali, abbia potuto leggere, e copiare qualcuno, o più dei tanti scrittori, che particolarmente aveano trattato degli scultori, e pittori, e delle loro opere, e in generale delle arti del disegno, varj de’ quali egli stesso allega, altri ne riportano Ateneo, Laerzio, i Filostrati, ed altri, e possono vcdersi numerati da Giunio De pict. veter. lib. 2. c. 3. §. 3. p. 55. e 56 e dal Fabricio Biblioth. græca, Tom. iI. l. 3. c. 24. p. 500. segg. Essi potevano entrare in un più minuto racconto, e dettaglio, che que’ cronisti, o storici; e avranno avuto le loro ragioni di assegnarne le epoche in quella guisa; e alcuni tanto maggiormente potevano dar giudizio delle opere, e del merito degli artisti rispettivi, quanto che eglino stessi erano artisti ugualmente. ]
    Se questa spiegazione non si ammetta, come renderemo noi ragione di quegli artisti che veggonsi eccellenti tutto in un tratto, dopo quindici o venti anni di vuoto? Si son eglino formati senza maestri, e in un momento? Se sono l’effetto della libertà e del clima, perchè sol nafcono in Atene, alcuni a Sidone e a Corinto, e pochi o nissuno altrove? Se sono l’effetto della tranquillità, come mai una pace tra Atene e Sparta produce gli artisti ad Efeso e a Rodi? Aggiungasi che alcune di queste epoche cadono in tempo di guerra, ed altre in tempi in cui la Grecia, avea perduta la sua libertà.
    Fissa Plinio l’epoca prima della scultura all’olimpiade lxxxiii., e Fidia in essa, perchè, soggiugne Winkelmann [nella prima edizione in lingua tedesca pag. 332., e pag. 189. Tom. iI. della traduzione francese], Fidia fatto aveva allora il suo Giove Olimpico, e regnava la pace in tutta la Grecia.
    Ma, dice qui Heyne, la pace generale, di cui parla Diodoro citato da Winkelmann, appartiene all’anno terzo dell’olimp. lxxxiv., e nell’anno secondo dell’olimpiade antecedente erano in guerra gli Ateniesi contro la lega Beotica. [ Con questa osservazione del signor Heyne, il signor Huber nella sua traduzione Tom. iiI. pag. 26. ha voluto emendare il testo di Winkelmann. Forse il sig. Heyne non avrà letto bene Diodoro al luogo citato sopra alla pag. 188. not. a. ove precisamente fissa la detta pace all’olimpiade lxxxiii. anno iiI.; e avrà equivocato coll’altro passo dello stesso Diodoro poco dopo, cioè §. 26. pag. 495., ove all’olimpiade lxxxiv. anno iiI. parla degli effetti di quella pace. L’errore di ’Winkelmann è di aver detto anno iI. in vece del iiI.,