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scontratosi co’ Francesi, combattè validamente, ma perdette una ventina de’ suoi. I Francesi poco o nulla essendo molestati dopo tale scaramuccia, poteron continuare i loro lavori.

La mattina del 22 pertanto, all’annunzio di questo avvenimento che si conobbe all’istante, la città fu commossa sì, ma non tanto come in alcune esagerate relazioni si dette a credere. Sonò a stormo è verissimo la campana del Campidoglio; ma l’eccitamento in città fu ben differente da quello prodotto dalla stessa campana il 30 aprile e il 3 di giugno. Poco o niuno fu l’entusiasmo per accorrer su’ luoghi. E a che fare, se la truppa, la truppa stessa comandata dal Garibaldi lasciavasi nella inazione? Chiaro era dunque che se i Francesi eran penetrati nel recinto di Roma, il discacciameli non sarebbe stato agevol cosa, e che dalle brecce stesse altri molti potevano venire ad accrescerne il numero. Eran pochi è vero i Francesi penetrati nel sacro recinto della città eterna; ma in quei pochi non era a considerare il distaccamento, la compagnia, il battaglione, era a vedervi la Francia, e questa aveva ben altri aiuti da poter inviare per rivendicar l’onore della propria bandiera oltraggiata il 30 di aprile. Queste considerazioni non isfuggivano. Aggiungi che già conoscevasi la mala riuscita della rivoluzione tentata in Parigi da Ledru-Rollin il giorno 13, e la sua fuga o l’arresto; cosicché tutte le speranze de’ repubblicani romani si trovarono svanite, perchè fondate appunto sulla riscossa preconcertata della Francia repubblicana.

Vedemmo noi stessi sul far del giorno, dal palazzo della famiglia Chigi ove noi alloggiavamo, ed ove alloggiavan pure i lancieri di Garibaldi, partire essi in gran fretta armati per condursi sul Gianicolo, e pochi momenti dopo riedere impolverati, trafelanti per sudore, abbattuti d’animo, e li sentimmo ripetere ad alta voce: «che nulla vi era a fare, i Francesi essendosi già stabiliti e fortificati nel locale occupato.