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Ov’erano accademie cultrici di belle lettere o di filosofiche disquisizioni? Ove que’ ricchi stranieri porgenti mai sempre una mano soccorrevole ai trafficatori di oggetti di belle arti, o ai loro cultori? Ove quelle congregazioni ecclesiastiche al cui arbitrato sottomettesi tutto il mondo?

Tutto ciò era sparito dalla scena per sostituirvi un centinaio e mezzo di deputati ch’eranci venuti dalle provincie, e i rifuggiti di tutte le nazioni trasferitisi in Roma prepotentemente per farvi mercato di politici conturbamenti.

E queste vergogne chiamavansi glorie! E questi lutti, tripudi e trionfi!

Non è però da credere che se non tutti, molti dei capi non presentissero la breve durata del loro effimero regno, e la sconfitta che preparavasi al potere usurpato. Fidavan però nelle promesse dei democratici di Francia e di Alemagna; e la stessa Inghilterra, quantunque preminente in fatto di adesione alle forme monarchiche, aveva nel suo seno non pochi che o con parole o con mezzi confortarseli a durare costante, e a non lasciarsi toglier di mano la carpita signoria della città eterna.

Il fondamento pertanto della proclamazione della repubblica, e le probabilità dell’essere durevole, non riposavan che sulle intelligenze fra’ democratici, e sulle lusinghe che la democrazia pura fondatasi in Roma eccitar dovesse tal voglia di sè nell’altre popolazioni, che rovesciati i governi tutti, prender dovesse in Europa Tassoluto imperio. Ed a questo, e in Roma stessa, e fuori, convergevano gli sforzi dei democratici tutti.

I governi, e direm pure le nazioni in generale, erano con Gaeta. I democratici poi, ascritti o non ascritti alle sette, ma democratici di tutti colori, eran con Roma e co’suoi reggitori.

A Gaeta poi non è da credersi mica che gli appoggi si limitassero alle potenze della lega cattolica soltanto: imperocché la Russia ancora fece le sue profferte, ed il