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Pagina:Storia della letteratura italiana II.djvu/72


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Cum mihi bolzoniger cor oime, Cupido, forasti,
     Nec tuus in fallum dardus alhora dedit.
More valenthominis schenam de retro feristi:
     O bellas provas quas, traditore, facis!

Guardando un po’ addentro in questa caricatura universale del mondo, si vedono qua e là spuntare alcuni lineamenti confusi di un mondo nuovo. Ci si sente lo spirito della Riforma, il dolore di un’Italia scissa tra Impero e Francia, essa che unita aveva imperato sull’universo, l’indignazione di tanta licenza e corruzione dei costumi nel secolo degl’ipocriti e delle cortigiane, un disprezzo delle fantasticherie teologiche, scolastiche e astrologiche, un sentimento del reale e dell’umano. Ma sono velleità, immagini confuse e volubili, che si affacciano appena e non hanno presa sul suo spirito vagabondo e sulla sua capricciosa immaginazione.


XV.


MACCHIAVELLI


Dicesi che Macchiavelli fosse in Roma, quando il 1515 uscì in luce l’Orlando furioso. Lodò il poema, ma non celò il suo dispiacere di essere dimenticato dall’Ariosto nella lunga lista ch’egli stese nell’ultimo canto di poeti italiani. Questi due grandi uomini, che dovevano rappresentare il secolo nella sua doppia faccia, ancorchè contemporanei e conoscenti, sembrano ignoti l’uno all’altro.

Niccolò Machiavelli ne’ suoi tratti apparenti è una fisonomia essenzialmente fiorentina ed ha molta somiglianza con Lorenzo de' Medici. Era un piacevolone, che si spassava ben volentieri tra le confraternite e le liete brigate, verseggiando e motteggiando, con quello spirito arguto e beffardo che vedi nel Boccaccio e nel Sacchetti o nel Pulci e in Lorenzo e nel Berni. Poco agiato dei