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obbligato spesso a concessioni e a mezzi termini per contentare il pubblico, la compagnia e gli avversarii. E, come era il suo carattere, vinse talora più con la pazienza o la destrezza, che con la risoluta tenacità dei propositi. Di queste concessioni trovi i vestigi nelle sue migliori commedie, dove non rifiuta certi mezzi volgari e grossolani di ottenere gli applausi della platea. E mi spiego, come insino all’ultimo continuò nel romanzesco, nel sentimentale e nell’arlecchinesco: le necessità del mestiere contrastavano alle aspirazioni dell’artista. D’altra parte, intento all’interno organismo della commedia, neglesse troppo l’espressione, e per volerla naturale la fece volgare, sì che le sue concezioni si staccano vigorose da una forma più simile a pietra grezza che a marmo. Ciò che in lui rimane, è quel mondo interno della commedia tolto dal vero e perfettamente sviluppato nelle situazioni e nel dialogo. Il centro del suo mondo comico è il carattere. E questo non è concepito da lui come un aggregato di qualità astratte, ma è colto nella pienezza della vita reale, con tutti gli accessorii. Base è la società veneziana nella sua mezzanità, più vicina al popolo che alle classi elevate: ciò che dà più presa al comico per quei moti improvvisi, ineducati, indisciplinati, che son proprii della classe popolana, alla quale si accostava molto la borghesia veneta, non giunta ancora a quel raffinamento e delicatezza di forme, che sono come l’aria della civiltà. I caratteri, come il maldicente, il bugiardo, l’avaro, l’adulatore, il cavalier servente, inviluppati in quest’atmosfera, escono fuori vivi, coloriti, originali, nuovi, vi contraggono la forma della loro esistenza. Ci è nel loro impasto del grossolano e dell’improvviso; anzi qui è la fonte del comico. Cadendo in nature di uomini non disciplinate dall’educazione, paion fuori in modo subitaneo, e senza freno o ritegno o riguardo, in tutta la loro forza primigenia, e produ-