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idee. Il severo pedagogo gli proibì la lettura del Tasso e de’ poeti posteriori; lo ammaestrò di buon’ora nel greco e nel latino, e lo volse allo studio delle leggi, vagheggiando sè stesso redivivo in un Metastasio giureconsulto e letterato. Ma il giovine era poeta nato. E morto il Gravina, si gettò avidamente sul frutto proibito, e la Gerusalemme Liberata, l’Aminta, il Pastor Fido, soprattutto l’Adone, furono il suo cibo. Quella prima educazione classica non gli fu inutile, perchè lo avvezzò alla naturalezza e alla semplicità, e lo nutrì di buoni esempii e di solida dottrina. Ma, lasciato a sè medesimo, si sviluppò in lui, come in tutti quelli che hanno ingegno, il senso della vita contemporanea. Il maestro volea farne un tragico a uso greco, o piuttosto a uso suo. Ma la tragedia non era la sua vocazione e l’autore del Giustino preferì Ovidio a Sofocle, e come era moda, fece la sua comparsa trionfale in Arcadia con sonetti, canzonette, idillii, i cui eroi di obbligo erano Cloe, Nice, Fille, Tirsi, Irene e Titiro. Il Sogno della Gloria è l’ultimo lavoro a uso Gravina, ammassato di sentenze che sono luoghi comuni, e pieno di reminiscenze classiche e dantesche. Il Ritorno della primavera, scritto l’anno appresso, 1719, ti mostra già i vestigi dell’Aminta e dell’Adone, facilmente impressi in quell’anima ricca di armonie e d’immagini. L’ideale del tempo era l’idillio, il riposo e l’innocenza della vita campestre, in antitesi alla vita sociale, così come l’avevano sviluppato il Tasso, il Guarini e il Marino. L’idillio era un certo equilibrio interiore, uno stato di pace e di soddisfazione a cui il dolore serviva come di salsa. L’Arcadia, volendo riformare il gusto, avea tolto all’idillio quella tensione intellettuale che si chiamava il seicentismo, sì che la forma era rimasta una pura effusione musicale dell’anima beatamente oziosa, cullata da molli cadenze tra l’elegiaco e il voluttuoso; ciò che dicevasi melodia. La musica pe-