Pagina:Storia della letteratura italiana II.djvu/344


― 332 ―

ropa. Quello che era la corte romana al cinquecento, erano allora tutte le corti: scostumatezza, dissipazione, ignoranza. I conventi screditati, chiamati covi del vizio, asilo dell’ozio e dell’ignoranza. Il Clero scemato di coltura e di riputazione, aumentato di numero e di ricchezza. I vescovi adulatori in corte, tiranni nelle diocesi, signori feudali. I nobili, a’ piedi del trono, e coi piedi sopra i vassalli. Altare e trono, appoggiati sul Clero e sulla Nobiltà, lì era la libertà, lì era il dritto; tutto il resto era poco meno che cosa, e valeva assai poco. La fonte del dritto era nella concessione papale o sovrana; era investitura, privilegio, immunità, esenzione. Le leggi erano un caos. Leggi romane, longobarde, canoniche, feudali, usi, costumanze. Un altro caos erano le imposte. Ce n’erano del papa, del Clero, de’ baroni, del re, sotto molti nomi e molte forme. Che cosa era il popolo? Materia taillable et corvéable à merci. Nessuna sicurezza per le proprietà e le persone; nessuna protezione nelle leggi, nessuna guarentigia nei giudizii, secrete le procedure, sproporzionate e arbitrarie le pene. Si può dire di quella vecchia società quello che allora già si diceva della proprietà feudale. Era mano morta l’uomo così immobilizzato, come la terra. La palude non era solo nel territorio, era nel cervello.

Dirimpetto a queste classi privilegiate, cristallizzate dal dommatismo, cioè a dire da un complesso d’idee ammesse per tradizione e fuori di ogni discussione, sorgeva lo scetticismo della borghesia, che tutto ponea in dubbio, di tutto facea discussione. La borghesia faceva in grandi proporzioni quello che prima compirono i comuni italiani. Era il medio ceto, avvocati, medici, architetti, letterati, artisti, scienziati, professori, prevalenti già di coltura, che non si contentavano più di rappresentanze nominali, e volevano il loro posto nella società. Non è già che si affermassero anch’essi come classe, e