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nosse, velle, posse. Fin qui Vico è un luogo comune. La sua erudizione e la sua filosofia camminano in linea parallela, e non s’incontrano. Manca l’attrito. Ci è l’ascetico, il teologo, il platonico, l’erudito, ci è l’italiano di quel tempo nello stato ordinario delle sue credenze e della sua cultura.

Dentro a questa cultura e contro a queste credenze venne ad urtare Cartesio. La cultura non ha valore; del passato bisogna far tavola. Datemi materia e moto ed io farò il mondo. Il vero te lo dà la coscienza ed il senso. Cosa diveniva l’erudizione di Vico, la fisica di Vico, la metafisica di Vico? cosa divenivano le idee divine di Platone? e il simplicissimum di Pitagora cosa diveniva? e il dritto romano, la storia, la tradizione, la filologia, la poesia, la rettorica, non era più buona a nulla? Nella violenta contraddizione Vico sviluppò le sue forze. Uscì del vago e del comune, trovò un terreno, un problema, un avversario. La sua erudizione si spiritualizzava. La sua filosofia si concretava. E si compivano l’una nell’altra.

Già non si perde negli accessorii; vede e investe subito la dottrina avversaria nella sua base. Vuole atterrare Cartesio, e con lo stesso colpo atterra tutta la nuova scienza, e non andando indietro, ma andando più avanti. La sua confutazione di Cartesio è completa, è l’ultima parola della critica. Ma la sua critica non è solo negativa: è creatrice; la negazione si risolve in un’affermazione più vasta, che tirasi appresso, come frammenti di verità, le nuove dottrine, e le alloga, le mette a posto. La nuova scienza, la scienza degli uomini nuovi, trova nella Scienza nuova il suo limite, e perciò la sua verità.

La nuova scienza, uscita da lotta religiosa e politica, è in uno stato di guerra contro il passato, e lo combatte sotto tutte le sue forme. La tradizione, l’autorità, la