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Italiani spuntano già le due vie dello spirito moderno, vedi il razionalista e il neo-cattolico. L’uno volge le spalle al passato, l’altro cerca di trasformarlo e farsene leva per il progresso.

Attendendo l’età dell’oro, Campanella vede il mondo nella sua degenerazione, grazie a’ tiranni, a’ sofisti e agl’ipocriti. Tra’ sofisti pone i poeti, seminatori di menzogne:

     In superbia il valor, la santitate
Passò in ipocrisia, le gentilezze
In cerimonie, e il senno in sottigliezze,
L’amor in zelo e in liscio la beltate.
     Mercè vostra, poeti, che cantate
Finti eroi, infami ardor, bugie e sciocchezze,
Non le virtù, gli arcani e le grandezze
Di Dio, come facea la prisca etate.

Altrove li rampogna che, in luogo di cantare Colombo e gli alti fatti moderni, stieno impaludati nelle favole antiche. Nè gli è caro che sciupino l’ingegno in argomenti futili. Bellezza è segno del bene, bella ogni cosa è dove serve e quando, e brutta dov’è inutile, o mal serve, e più s’annoia:

Il bianco che del nero è ognor più bello,
Più brutto è nel capello;
Pur bello appar, se prudenza rassembra:
Belle in Socrate son le strane membra,
Note d’ingegno nuovo; ma in Aglauro
Sarian laide; e negli occhi il color giallo,
Di morbo indicio, e brutto, è bel nell’auro,
Ch’ivi dinota finezza e non fallo.

Ci s’intravvede la nuova critica, che richiama gli spiriti dalle forme alle sostanze, dalle parole alle cose, dal di fuori al di dentro. Di che esempio è lui stesso, che scrive cose nuove e alte nel più assoluto disprezzo della