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ne’ suoi particolari. E gli scriveva: «Invero non si può filosofare, senza un vero accertato sistema della costruzione de’ mondi, quale da lei aspettiamo: e già tutte le cose sono poste in dubbio, tanto che non sapemo se il parlare è parlare.» Domandava egli a Galileo una riforma dell’astronomia e della matematica sublime, una vera filosofia naturale. «Scriva pel primo, diceva, che questa filosofia è d’Italia da Filolao e Timeo in parte, e che Copernico la rubò da’ predetti e dal ferrarese suo maestro: perchè è gran vergogna che ci vincan le nazioni che noi avemo di selvagge fatte domestiche.» Ma Galileo rimase fermo nella sua via. Anche lui aveva i suoi pensieri e le sue ipotesi; ma gli parea che il vero filosofo naturale dovesse lasciare il verisimile, e attenersi a ciò che è incontrastabilmente vero. E rispondea a Campanella, «ch’ei non volea per alcun modo con cento e più proposizioni apparenti delle cose naturali screditare e perdere il vanto di dieci o dodici sole da lui ritrovate, e che sapeva per dimostrazione esser vere.» Stavano a fronte la saviezza fiorentina, e l’immaginazione napoletana, o, per dir meglio, due culture, la cultura toscana, già chiusa in sè e matura, e veramente positiva, e la cultura meridionale, ancor giovane e speculativa, e in tutta l’impazienza e l’abbondanza della giovanezza. In Galileo si sente Machiavelli. E in Campanella si sente Bruno. Vedi la differenza anche nello scrivere. Chi legge le lettere, i trattati, i dialoghi di Galileo, vi trova subito l’impronta della cultura toscana nella sua maturità, uno stile tutto cosa e tutto pensiero, scevro di ogni pretensione e di ogni maniera, in quella forma diretta e propria, in che è l’ultima perfezione della prosa. Usa i modi servili del tempo senza servilità, anzi tra’ suoi baciamano penetra un’aria di dignità e di semplicità, che lo tiene alto su’ suoi protettori. Non cerca eleganza, nè vezzi, severo e schietto, come uomo