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Pagina:Storia della letteratura italiana II.djvu/155


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il tipo, da cui usciva il Pourceaugnac. Il suo ipocrita è un tartufo innocuo e messo in buona luce. Il suo Filosofo, che egli chiama Plataristotile, è una caricatura de’ Platonici di quel tempo. A sentirlo sentenziare è savissimo, ma non ha pratica del mondo, e il servo la sa più lunga di lui e più lunga del servo la sa Tessa, la moglie. Questo filosofo, a cui la moglie gliela fa sul naso, pronunzia sentenze bellissime sulle donne, mentre il servo, che sa tutto, gli fa la boccaccia.

Plataristotile - La femmina è guida del male e maestra della scelleratezza.

Servo - Chi lo sa, nol dica.

Plataristotile - Il petto della femmina è corroborato d’inganni.

Servo - Tristo per chi non la intende.

Plataristotile - Solo quella è casta che da nessuno è pregata.

Servo - Questo sì ch’io stracredo.

Plataristotile - Chi sopporta la perfidia della moglie, impara a perdonare le ingiurie.

Servo - Bella ricetta per chi è polmone.

E il servo conchiude: «Vostra Signoria pigli quello che vi potria intervenire in buona parte, e non si lasci tanto andar dietro agli speculamenti dottrineschi, che il Diavolo non vi lasciasse poi andare per i canneti».

«Tu parli da eloquente,» risponde il filosofo; «ma non ci son per considerar sopra, per lo appetito della gloria che conseguisco filosofando».

Il suo Boccaccio è uno di quei merli capitati nelle unghie di una cortigiana e scorticati vivi. La sua serva tende l’imboscata.

Boccaccio - Che cosa move la tua madonna a voler parlare a me, che son forestiere?

Lisa - Forse la grazia ch’è in voi; maffe sì ch’ella c’è, or via.