Pagina:Storia della letteratura italiana II.djvu/147


― 135 ―

che bisogna che si appicchi; sicchè attendete a esser scultore di sensi e non miniator di vocaboli.» Parecchi scrivevano allora così alla naturale, e basta citare fra tutti il Cellini, tutto vita e tutto cose. Ma il Cellini si teneva un ignorante, e voleva che il Varchi riducesse la sua Vita nella forma de’ dotti, dove l’Aretino si teneva superiore a tutti gli altri, e dava facilmente del pedante a quelli che lambiccavano le parole. Ci è in lui una coscienza critica così diritta e decisa che in quel tempo ci dee parere straordinaria. La stessa libertà e altezza di giudizio portò nelle arti, di cui aveva il sentimento. A Michelangiolo scrive: «Ho sospirato di sentirmi sì piccolo e di saper voi così grande». Il suo favorito è il suo amico e compare Tiziano, il cui realismo così pieno e quasi sensuale si affà alla sua natura. Preso di febbre, si appoggia alla finestra, e guarda le gondole e il Canal grande di Venezia e rimane pensoso e contemplativo, lui, Pietro Aretino! La vista della bella natura lo purifica, lo trasforma. E scrive al Tiziano: «Quasi uomo che fatto noioso a sè stesso non sa che farsi della mente, non che de’ pensieri, rivolgo gli occhi al cielo, il quale, da che Dio lo creò, non fu mai abbellito da così vaga pittura di ombre e di lumi, onde l’aria era tale, quale vorrebbono esprimerla coloro, che hanno invidia a voi, per non esser voi. I casamenti, benchè sien pietre vere, parevano di materia artificiata. E di poi scorgete l’aria, ch’io compresi in alcun luogo pura e viva, in altra parte torbida e smorta. Considerate anche la maraviglia ch’io ebbi de’ nuvoli, i quali nella principal veduta mezzi si stavano vicini a’ tetti degli edificii, e mezzi nella penultima, perocchè la diritta era tutta di uno sfumato pendente in bigio nero. Mi stupii certo del color vario di cui essi si dimostravano; i più vicini ardevano con le fiamme del foco solare, e i più lontani rosseggiavano d’un ardore di minio non così bene ac-