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Pagina:Storia della letteratura italiana II.djvu/136


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mai feci, il signore li ha fatti copiare, e ho fatto qualcuno in sua lode. E sto qui, e tutto il giorno mi dona, e gran cose che le vedrete ad Arezzo.» Gli dànno del messere e del signore; il valletto è un gentiluomo, e torna a Roma tra paggi di taverna, e vestito come un duca, compagno e mezzano de’ piaceri signorili, e con a lato gli Estensi e i Gonzaga che gli hanno familiarmente la mano sulla spalla. Continua il mestiere così bene incominciato. Una sua Laude di Clemente VII gli frutta la prima pensione; sono versacci.

«Or queste sì che saran lodi, queste
Lodi chiare saranno, e sole e vere,
Appunto come il vero e come il sole.»

Il suo spirito, il suo umore gioviale, l’estro libidinoso gli acquistarono tanta riputazione, che fuggito di Roma per i suoi sedici sonetti illustrativi de’ disegni osceni di Giulio Romano, fu cercato come un buon compagnone da Giovanni de’ Medici, capo delle Bande Nere, detto il Gran Diavolo. Aveva poco più che trent’anni. Giovanni e Francesco I se lo disputano. Giovanni voleva fare signore di Arezzo il suo compagno di orgie e di libidini, quando una palla tedesca gli troncò il disegno e la vita. Pietro avea coscienza oramai della sua forza. E lasciando le corti, riparò in Venezia come in una rocca sicura, e di là padroneggiò l’Italia con la penna. Udiamo lui stesso, come si dipinge nelle sue lettere: «Dopo ch’io mi rifugiai sotto l’egida della grandezza e delle libertà veneziane, non ho più nulla da invidiare. Nè il soffio dell’invidia, nè l’ombra della malizia non potranno offuscare la mia fama nè togliere la possanza della mia casa. - Io sono un uomo libero per la grazia di Dio. - Non mi rendo schiavo de’ pedanti. - Non mi si vede percorrere le tracce nè del Petrarca nè di Boccaccio. Bastami il