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Pagina:Storia della letteratura italiana II.djvu/128


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l’antica Roma lo infastidisce, e rompe in questo motto sanguinoso: «Quanto s’ingannano coloro che ad ogni parola allegano i romani! Bisognerebbe avere una città condizionata com’era la loro, e poi governarsi secondo quello esemplo: il quale a chi ha le qualità disproporzionate è tanto disproporzionato, quanto sarebbe volere che uno asino facesse il corso di un cavallo.»

In questo concetto della vita il Guicciardini è di così buona fede, che non sente rimorso, e non mostra la menoma esitazione, e guarda con un’aria di superiorità sprezzante gli uomini che fanno altrimenti. Il che avviene, a suo avviso, non per virtù o altezza di animo, ma per debolezza di cervello, avendo offuscato lo spirito dalle apparenze, dalle impressioni, dalle vane immaginazioni e dalle passioni. Ci si vede l’ultimo risultato a cui giunge lo spirito italiano, già adulto e progredito, che caccia via l’immaginazione e l’affetto e la fede, ed è tutto e solo cervello, o, come dice il Guicciardini, ingegno positivo.

Perchè l’ingegno sia positivo, si richiede la prudenza naturale, la dottrina, che dà le regole, l’esperienza che dà gli esempli, e il naturale buono, tale cioè che stia al reale, e non abbia illusioni. E non basta. Si richiede anche la discrezione o il discernimento, perchè è grande errore parlare delle cose del mondo indistintamente e assolutamente e per dire così per regola, perchè quasi tutte hanno distinzione e eccezione, e queste distinzioni e eccezioni non si trovano scritte in su’ libri, ma bisogna lo insegni la discrezione. Il vero libro della vita è dunque il libro della discrezione, a leggere il quale si richiede da natura buono e perspicace occhio. La dottrina sola non basta, e non è bene stare al giudicio di quelli che scrivono, e in ogni cosa volere vedere ognuno che scrive: così quello tempo che si arebbe a mettere in speculare, si con-