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Pagina:Storia della letteratura italiana II.djvu/118


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io pregherò Dio per te, io dirò l’orazione dell’angiolo Raffaello, che t’accompagni. Andate in buon’ora, e preparatevi a questo misterio, che si fa sera». Rimanete in pace, padre, dice la madre, e la povera Lucrezia, che non è ben persuasa, sospira: «Dio m’aiuti e la nostra Donna che non capiti male». Quel fatto il frate lo chiama un mistero, e il mezzano è l’angiolo Raffaello!

Queste cose muovevano indignazione in Germania e provocavano la riforma. In Italia facevano ridere. E il primo a ridere era il Papa. Quando un male diviene così sparso dappertutto e così ordinario che se ne ride, è cancrena, e non ha rimedio.

Tutti ridevano. Ma il riso di tutti era buffoneria, passatempo. Nel riso del Machiavelli ci è alcun che di tristo e di serio, che oltrepassa la caricatura, e nuoce all’arte. Evidentemente, il poeta non piglia confidenza con Timoteo, non lo situa, come fa di Nicia, non ci si spassa, se ne sta lontano, quasi abbia ribrezzo. Timoteo è anima secca, volgare e stupida, senza immaginazione e senza spirito, non è abbastanza idealizzato, ha colori troppo crudi e cinici. Lo stile nudo e naturale ha aria più di discorso che di dialogo. Senti meno il poeta, che il critico, il grande osservatore e ritrattista.

Appunto perciò la Mandragola è una commedia che ha fatto il suo tempo. È troppo incorporata in quella società, in ciò ch’ella ha di più reale e particolare. Quei sentimenti e quelle impressioni, che la ispirarono, non li trovi oggi più. La depravazione del prete e la sua terribile influenza sulla donna e sulla famiglia appare a noi un argomento pieno di sangue, non possiamo farne una commedia. Machiavelli stesso, che trova tanti lazzi nella pittura di Nicia, qui perde il suo buon umore e la sua grazia, e mi assimiglia piuttosto un anatomico, che nuda le carni, e mostra i nervi e i tendini. Nella sua imma-