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gione, se nei principii della religione cristiana si fosse mantenuta secondo che dal fondatore di essa fu ordinato, sarebbero gli Stati e le repubbliche più felici e più unite ch’elle non sono. Nè si può fare altra maggiore coniettura della declinazione di essa, quanto è vedere come quelli popoli che sono più propinqui alla Chiesa romana, capo della religione nostra, hanno meno religione. Chi considerasse i fondamenti suoi e vedesse l’uso presente quanto è diverso da quello, giudicherebbe esser propinquo o la rovina o il flagello». Certo, non è ufficio grato dire dolorose verità al proprio paese, ma è un dovere, di cui l’illustre uomo sente tutta la grandezza. «Chi nasce in Italia e in Grecia, e non sia divenuto in Italia oltramontano e in Grecia turco, ha ragione di biasimare i tempi suoi». Per lui è questo una sacra missione, un atto di patriottismo. Il suo sguardo abbraccia tutta la storia del mondo. Vede tanta gloria in Assiria, in Media, in Persia, in Grecia, in Italia e Roma. Celebra il regno de’ Franchi, il regno de’ Turchi, quello del Soldano, e le geste della setta saracina, e le virtù de’ popoli della Magna al tempo suo. Lo spirito umano, immutabile e immortale, passa di gente in gente e vi mostra la sua virtù. E quando gitta l’occhio sull’Italia, il paragone lo strazia. Le sue più belle pagine storiche sono dove narra la decadenza di Genova, di Venezia, di altre città italiane in tanto fiorire degli Stati europei. Non adulare il suo paese, ma dirgli il vero, fargli sentire la propria decadenza, perchè ne abbia vergogna e stimolo, descrivere la malattia e notare i rimedii, gli pare ufficio d’uomo dabbene. Questo sentimento del dovere dà alle sue parole una grande elevatezza morale. «Se la virtù che allora regnava e il vizio che ora regna non fossero più chiari del sole, andrei nel parlare più ritenuto. Ma essendo la cosa sì manifesta che ciascuno la vede, sarò animoso in dire quello che inten-