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templati, i romiti, i solitarii del deserto e della cella col corpo macero da’ digiuni, da’ cilizii e dalle vigilie, ritratti viventi de’ misteri e delle leggende. C’erano gli umili di spirito, animati da schietto sentimento religioso e che tenevano la scienza come cosa profana, e ci erano i dotti, i predicatori e confessori, il cui testo era la Bibbia e i Santi Padri. Vedevi gli scolastici e gli eruditi, teologi e filosofi, che univano in una comune ammirazione i classici e i santi padri, disputatori sottili di tutte le cose e anche delle cose di fede, parlanti un latino di uso e di scuola, vibrato, rapido, vivace, dove sentivi il volgare destinato a succedergli, amici della filosofia con quello stesso ardore di fede, che gli altri si professavano servi del Signore, ma di una filosofia non ripugnante alla Fede, anzi sostegno, illustrazione e ragione di quella, confortata da sillogismi e da sostanze e da citazioni, dove trovi spesso Tullio accanto a san Paolo. Alteri della loro scienza e del loro latino: spregiatori del volgare, da costoro uscivano que’ trattati, que’ comenti, quelle Somme, quelle Storie, che empivano di maraviglia il mondo. Accanto a questi Veggenti della fede e della filosofia, a questa vita dello spirito trovi la vita attiva e temporale, affratellati dallo stesso pensiero i signori e i tirannetti feudali e i Priori e gli anziani delle repubbliche, il cavaliere de’ romanzi e il mercatante delle cronache. Là, appiè del Coliseo, un ardito negoziante, Giovanni Villani, pensò che la sua Fiorenza, figliuola di Roma, era non meno degna di avere una storia, e la scrisse. Fra tanto splendore e potenza del chiericato, lo spregiato laico cominciava a levare la testa, e pensava all’antica Roma e a Firenze, figliuola di Roma. Là molte amicizie si strinsero, molte paci si fecero come avviene in certi grandi momenti della storia umana; sparirono guelfi e ghibellini, ottimati e popolari, baroni e vassalli, stretti tutti ad una sola bandiera: uno Dio, uno Papa, uno Impe-