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Circolazione monetaria in Italia nord-occidentale: secoli XI-XII 37

documento l’ammontare del fitto annuo, tenuissimo, e la sostanziosa entratura che il concessionario pagò all’atto dell’investitura (che è di fatto una vendita) sono espressi in denari nuovi.

Vista la loro cronologia, è probabile che questi segni di incertezza sui futuri assetti della circolazione monetaria nel Vercellese fossero dovuti alle novità provenienti dalla zecca pavese, vale a dire alla emissione di quella «moneta minorum brunitorum» che l’annalista Caffaro registra sotto l’anno 11151. Anche nel caso vercellese tuttavia, come subito si vedrà, la nuova emissione pavese non ebbe diretto riscontro nelle carte: in questo territorio, infatti, sino ai primi anni cinquanta del XII secolo e oltre il circolante documentato sarebbe rimasto il cosiddetto denaro nuovo di Pavia. Quanto appena detto può suggerire l’impressione di una uniformità più che trentennale della situazione monetaria vercellese, ad attenuare la quale vanno aggiunte due osservazioni. La prima consiste nel rilevare che la moneta nuova pavese subì alcuni mutamenti assai significativi nella sua definizione: mutamenti che ricordano alcuni caratteri della nomenclatura monetaria astigiana e, in modo meno immediato, come verrà chiarito nelle considerazioni finali, novarese. La seconda nel rilevare che l’apparente omogeneità risulta turbata da alcune eccezioni ricche di interesse. Occorre d’altra parte avvertire che parlando di area vercellese si rischia di compiere una semplificazione indebita: in effetti, date le fonti a disposizione per i decenni in esame, l’unico ambito territoriale ben documentato è quello di Caresana, cui va aggiunta la documentazione, non molto abbondante ma chiara, relativa alla porzione oltrepò della diocesi di Vercelli facente capo al territorio pievano di Casale Monferrato. Riguardo ad altre località, Vercelli compresa, si hanno invece informazioni scarse e prive di continuità, con la parziale eccezione di Viverone (presso il lago omonimo), documentata però solo a partire dal 1145. Le singole carte esterne al ricco corpus documentario relativo a Caresana e al piccolo nucleo di carte casalesi, viste all’interno del panorama delineato nelle pagine precedenti, si rivelano non prive di valore.

Procedendo con ordine, conviene tornare per un momento all’investitura rogata nel settembre 1115 dal notaio «Fulcaldus qui et Donumdei»2. Per quando è dato sapere essa fu la prima di una serie sostanziosa di operazioni finanziarie che un «Paulus qui et Bellencius filius quondam Gisulfi de Rodobio» (proveniente da Robbio, quindi, in Lomellina) e poi, dal maggio 1131, suo figlio Pietro Traffo – membri di una famiglia ben nota ai medievisti che si sono occupati dell’Italia nord occidentale dell’XI e XII secolo3 – con-

    fratres filii condam Aldeprandi»). Cfr. anche BSSS 70, pp. 97-99, doc. 82 (5 febbraio 1119, «in Burgo Vercellis in casa ipsius Bellencii»).

  1. Sopra, nota 89 e testo corrispondente.
  2. Cfr. nota 141 e testo relativo.
  3. Oltre a Groneuer, Caresana cit., pp. 142-159, si vedano, tra gli altri, Keller, Signori e vassalli cit., pp. 170 sg. e la bibliografia precedente citata nelle note; C. Violante, L’immaginario e il reale. I ‘Da Besate’: una stirpe feudale e ‘vescovile’ nella genealogia di Anselmo il Peripatetico e nei documenti, in Nobiltà e chiese nel Medioevo e altri saggi. Scritti in onore di Gerd

Reti Medievali Rivista, 12, 1 (2011) <http://rivista.retimedievali.it>