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14 Antonio Olivieri


La novità e l’importanza della nuova coniazione dovettero essere fortemente sentiti all’interno degli ambienti ecclesiastici vercellesi. Lo si vede bene in un documento del dicembre di quello stesso 11131: il vescovo cedette ai tesorieri della chiesa vercellese – il tesoriere allora in carica, Antonio, era stato elencato come primo degli intervenienti nel documento relativo al bosco di Gazzo – una serie di importanti diritti pubblici nel comitato e diocesi di Vercelli e la piena sovranità sui possessi detenuti dagli stessi tesorieri in Masserano (a est di Biella), con il patto che questi ultimi provvedessero a far coprire tre parti del portico antistante la cattedrale eusebiana. Venne prevista una pena espressa in marche d’argento, se la violazione dell’accordo fosse venuta da parte vescovile e comitale, mentre la composizione dovuta dal tesoriere al vescovo, nel caso in cui non si fosse provveduto alla copertura del portico, avrebbe dovuto essere corrisposta in una somma pari a dieci lire di moneta nuova2. Mancanza di simmetria assai caratteristica, nella quale al riferimento generico a enormi quantità d’argento – da conferire metà alla camera regia e metà alla vittima dell’iniuria – si contrapponeva una cifra più modesta, espressa in una moneta di nuovo corso.

Se l’ambiente che mostrava uno spiccato interesse per la nuova moneta era quello episcopale, i gruppi ai quali la si richiedeva o la si imponeva come misura di valore erano da un lato quegli stessi che facevano capo al potente e organizzato milieu ecclesiastico della cattedrale eusebiana, dall’altro la comunità degli uomini di Caresana ovvero, semplificando in modo forse indebito, gli abitanti di quel villaggio che costituiva il centro amministrativo e demico della curtis che l’impero aveva donato sul finire del secolo X alla chiesa di Vercelli3. La novità proveniva, come si è accennato, dalla zecca pavese. Un canone annuale misto in natura e denaro documentato in quello stesso torno d’anni venne fissato, per la porzione in moneta, a sedici «denarios novos vel denarios Papienses»4. Anche in questo caso la circolazione di denaro era stimolata dalla mobilizzazione del patrimonio della chiesa vercellese e ancora una volta destinatario dei pagamenti era il clero cattedrale, un cui rappresentante era ritratto nell’atto di agire nei luoghi stessi, sfolgoranti d’argento e di pietre preziose, nei quali si manifestava nel modo più intenso la consistenza simbolica del potere ecclesiastico: «in eclesia Sancti Eusebii, ante crucem Domini que est prope canonicam ipsius eclesie».


  1. BSSS 70, p. 83 sg., doc. 69. È possibile che questo documento vada ricondotto al dicembre 1112: reca infatti la sesta indizione, come il documento citato alla nota 36. La sostanza del discorso tuttavia non muta.
  2. «Si quis vero episcopus aut comes vel castellanus seu archivillicus atque gaustaldus inquietaverit vel molestaverit aliquem tesaurarius vel eorum rusticos in ea terra abitantibus, episcopus et comes componat nomine pene centum marcas argenti, alii vero sexaginta, medietatem camare regie, aliam cui iniuria inlata erit. Si quis vero teusorarius suprascriptus porticus non cooperuit, componat nomine pene libras decem denarii novi episcopo qui pro tempore erit».
  3. Cfr. H. Groneuer, Caresana. Eine oberitalienische Grundherrschaft im Mittelalter 987-1261, Stuttgart 1970 (Forschungen zur Sozial- und Wirtschaftsgeschichte, 15).
  4. BSSS 70, p. 84, doc. 70 (1115 marzo 30): va qui rilevato che l’attribuzione di un valore disgiuntivo al vel presente nella frase citata a testo le toglierebbe qualsiasi plausibile significato.

Reti Medievali Rivista, 12, 1 (2011) <http://rivista.retimedievali.it>