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libro terzo 195

che macchinazione di scellerato ladrocinio. Fu un lungo e caldo deliberare intorno al partito da prendersi: tempestavano i due Vescovi, che volevano la risposta a recare. Allora si levò Alessandro, ed in questa sentenza favellò ai Legati con quella divinità di eloquio, che non fallì mai al labbro pontificale nelle distrette della Chiesa:

«Bene riconosciamo noi il sovrano Imperadore dall’onorevole debito che gli fu imposto di essere Avvocato e singolar difensore della Sacrosanta Romana Chiesa; per cui siamo tutto nell’onorarlo sopra gli altri potentati della terra, e nel primeggiarlo innanzi a tutti in quello però in che non sia fallo di sorte all’onore del Re dei regi. Che se ci abbattiamo in cosa che non può farsi senza oltraggio di questo sommo Re, avvegnachè sia onorando un Imperadore terreno, ci terremo piuttosto nel timore e nel onore di quel signore de’ Re, che può mandarci in eterna perdizione anima e corpo. Laonde maravigliamo come stando noi tanto cordialmente in sull’amarlo, ed onorarne la dignità, da lui Imperadore non sia reso a noi, anzi al B. Pietro, onore di sorte. Imperocchè nelle lettere che ci avete recate, trovando come si facesse adunator di Concilî, non è chi non vegga, essersi lui ben dilungato dalla consuetudine de’ suoi antecessori, ed aver travalicato i confini della potestà sua con questo convocar di Concilio all’insaputa del Pontefice Romano, e col citarci a comparirgli innanzi quasi suo vassallo. Per fermo solo al B. Pietro, ed alla sacrosanta R. Chiesa fu tramandato da Cristo il privilegio di rivedere, giudicare, e finir le cause di tutte le chiese, e di non soggiacere ad altro giudice: privilegio, che in tanta varietà di casi ci è pervenuto a mano, caldo del sangue di molti martiri. Per la qual cosa a veder come questo venisse conculcato da colui, che aveva il debito di tutelarlo; a vedere queste lettere indirizzate alla santa madre Chiesa con tanta irriverenza di forme, che non si darebbero a villana persona, non potemmo nè dovemmo non sentircene trase-