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16 prologo

Meraviglieranno molti che io ritragga in così bella luce l’indole di quegl’Italiani famosi anche per delitti. Ma io non discorro ora i loro fatti, nè li sottopongo al sindacato della ragione morale; io tocco delle condizioni del loro spirito in rapporto ai destini del proprio paese; il quale avvegnacchè terribile nel vizio, nel vizio stesso conservava certa grandezza, per cui il delitto di chi ruba per via, si distingue da quello di un conquistatore. Imperocchè quel sordo maciullare degli uomini che faceva la feudalità presso gli altri popoli era veramente schifoso, e l’animo rifuggente non era rattenuto neppure dalla sembianza della virtù. Al contrario gli strepitosi delitti degli Italiani involgevano sempre qualche cosa, che menava a virtù. E togliendo ad esempio la efferatissima morte del Conte Ugolino della Gherardesca morto per fame con due figli e due nepoti, chi ne legge i lacrimevoli casi, cui lo condusse lo scellerato tradimento dell’Arcivescovo Ruggiero, sentesi inorridire l’anima, e non può tenersi dal maledire l’italiana ferocia di quei tempi. Eppure ponendo mente al perchè di quella tragedia


. . . . . . . . aveva voce
D’aver tradita te delle castella,


cioè di aver fellonescamente posto in man de’ Fiorentini le castella di Pisa sua patria, l’animo è sublimato alla idea di una patria, che tradita non chiedeva meno che la morte, e morte per fame del suo traditore, a placarsi. Sotto le parole dell’Alighieri palpita una ragione tutta romana, che fu madre dei Bruti e de’ Catoni. La quale avvegnachè falsata dall’iniquo Ruggiero, tuttavolta aveva nelle sembianze tanta giustizia, da non far riputare stemperata punizione la morte di Ugolino.

So che alcuni profondono molto culto alla Cavalleria germanica, come quella che rendeva gli uomini capaci di molta virtù nella guerra; i fatti de’ quali pel singolare accordo che recavano di cortesia e fortezza, e per la meraviglia che de-