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50 Storia dei Mille narrata ai giovinetti

tanove con centocinquantamila francesi a liberargli la sua Lombardia; anzi, antico soldato della patria s’era astenuto dal venire a quella guerra imperiale. Ma la guerra stessa, com’era seguìta, gli aveva insegnato a non illudersi più. Non aveva guari speranze che quell’impresa si potesse far bene: consultato, l’aveva sconsigliata, ma dichiarando che se Garibaldi ci si fosse risolto, lo avrebbe seguìto. Ed ora a quarantasette anni, era lì con quella sua faccia patita, incorniciata da una strana barba ancor bionda, esile alquanto della persona, silenzioso, guardato come se portasse in sè qualcosa di sacro, forse le promesse dell’oltretomba. Pareva il Turpino di quella gesta.

Da lui dipendevano, come capitani, un Bruzzesi romano di trentasette anni; il matematico Calvino esule trapanese di quarant’anni, onore dell’emigrazione siciliana; Achille Maiocchi milanese di trentanove, e Giorgio Manin, figlio del gran Presidente della repubblica veneziana, che non ne aveva ancor trenta.

Ufficiali minori seguivano Ignazio Calona palermitano, un gran bel sessagenario che a guardargli in viso pareva di leggere una poesia del Meli; il mantovano ingegner Borchetta di trentadue anni gran repubblicano; ultimo v’era un giovane tenente dell’esercito piemontese, disertato a portar tra i Mille il suo cuore. Questi doveva morire a Calatafimi sotto il nome di De Amicis, ma veramente si chiamava Costantino Pagani.


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E poi veniva il grosso del piccolo esercito.

Alla testa della prima compagnia chi se non Bixio?