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La calata a Palermo 191

rantanove anni, ma se avesse saputo quali dolori gli serbavano gli altri dodici che stette poi ancora al mondo, si sarebbe augurato di averne cento per morire se non lo volevano le palle di qualunque altra morte, ma là, ma allora. Finì nel 1872, in una misera casupola della Maddalena, dove era suo solo conforto contemplare almeno l’altra isola, quella di Garibaldi, dal cui cuore fu fatto cadere.

Bello e grande fu l’atto della 8ª Compagnia che, mantenutasi più compatta delle altre per l’ostinata voglia di occupare la Cattedrale, vi riuscì finalmente alle quattordici di quel terzo giorno. Rovinava allora lì a lato con indicibile fragore il palazzo del principe Carini, incendiato da una bomba, come erano già rovinati i palazzi Cutò, D’Azzale e altri. E allora appunto, in faccia ai borbonici di Palazzo reale, quei bergamaschi invasero tutto il di fuori del tempio e dentro e su fino il campanile. E di là si misero a tirare sui soldati stipati nella gran piazza. Uccidevano a schioppettate gli artiglieri sui pezzi. Il loro capitano Bassini li governava coi trilli di certo suo fischietto da cacciatore, fumando alla pipa, tutto scoperto ai nemici che lo tempestavano di palle senza toccarlo. Ma egli si credeva invulnerabile.


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A quell’ora il generale in capo Lanza, volendo tentare una disperata prova, mandò il general Sary a ripigliar la Cattedrale; e il general Colonna a ripigliare i Benedettini, l’Annunziata, Porta Montalto. Inutile sforzo, inutile strage. Tutti gli assalti furono respinti dai gari-