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184 Storia dei Mille narrata ai giovinetti

rono uccisi da una palla di cannone che li compì tutti e due al capo, lasciando morti sfigurati l’uno vicino all’altro quei due fiori di giovinezza.

Antonio Simonetta milanese diciannovenne, puro come uno di quei fraticelli che cantarono al letto di San Francesco morente, uscito l’anno avanti incolume dalla battaglia di San Martino, cadeva al convento dei Benedettini, dove gli amici ne cercarono poi invano il corpo e la fossa. E ai Benedettini cadeva Giuseppe Nàccari palermitano, reduce dall’esilio coi Mille, cadeva senza aver ancora riveduta la sua famiglia, anch’egli bellezza maschia, che nella 6ª Compagnia, per la molta somiglianza col gran lombardo morto a Roma nel 1849, era chiamato Luciano Manara. Nel campanile di quel Convento fu ucciso Crispo Cavallini da Orbetello, altro bel forte cui toccò di morire senza lasciar il nome alla schiera dei Mille. Egli fu dimenticato come uno che non avesse avuto nè parenti, nè amici, nè nulla. E forse felice lui, se morendo, avesse potuto indovinare quell’oblio; perchè, diciamo noi, portar seco nella morte tutto sè stesso, la gloria e il nome, deve esser una gioia più che da uomo. Non insegnava così l’ordine del giorno di Garibaldi letto nella traversata in alto mare?

Ai Benedettini combatteva il Mosto co’ suoi Carabinieri, Carabiniere infallibile anch’esso, e dal campanile fulminava gli artiglieri del bastione Porta Montalto, obbligandoli a lasciar muti due pezzi. Lo secondavano tranquillamente, con tiri che coglievano, Giambattista Capurro, giovinetto che aveva la testa bendata per una ferita in fronte, ed Ernesto Cicala benchè già toccato malamente da una scheggia di granata. Vicini e mira-