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La calata a Palermo 177

Landi, quel povero vecchio Landi, già battuto a Calatafimi.

Un po’ della 6ª con parte della 7ª e alcuni Carabinieri genovesi, andavano per pigliare il convento dei Benedettini; la 5ª si spingeva verso porta Macqueda, fino a Villa Filippina. Ma dir Compagnie non è preciso. Queste si erano frante e si frangevano ognor più in manipoli, e ogni manipolo seguiva il più stimato fra quelli che lo componevano, o chi si mostrava più ricco di partiti. Così dei vecchi ubbidivano a dei giovinetti; uomini in divisa d’ufficiali si lasciavano consigliare da studenti che non avevano mai visto una caserma; qualcuno come Vigo Pellizzari che, caduto Benedetto Cairoli, era divenuto il Comandante della 7ª, rivelava qualità di vero uomo di guerra; Giuseppe Dezza della 1ª suppliva da bravissimo il Bixio, che, non si potendo più reggere dal molto sangue perduto, era stato costretto da Garibaldi a ritirarsi in casa Ugdulena, e aveva ubbidito mordendosi per ira le mani.


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I borbonici avevano lasciato passare il momento buono ad invadere la città, come avrebbero potuto. Quattro o cinque ufficiali audaci che si fossero mossi ciascuno alla testa d’un mezzo battaglione, e avessero marciato verso il centro tutti a un tempo, pur seminando di morti e di feriti la via, bastavano a schiacciar tutti. Ma forse nessuno aveva osato cimentarvisi, per paura di entrare a farsi seppellire sotto un po’ di tutto, da tutte le case, mobili, pietre, olio ardente. Adesso, dopo quattro ore