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Dopo la vittoria 133

battendo tra i Cacciatori delle Alpi cadde a San Fermo colpito in fronte, e tratto di tasca un suo Dantino se lo pose sotto il capo e sul poema divino spirò. Un po’ più in su, e proprio sulla cima del colle, dove erano stati fatti gli ultimi colpi, giaceva come un assiderato Eugenio Sartori da Sacile. La morte che, toccandolo quasi per saggiarlo a Venezia nel ’49, lo aveva lasciato tornare alle mense patriarcali di casa sua, se l’era preso lì. Egli no, non pareva in pace! Gli occhi non gli si erano ancora chiusi, e, dopo tante ore, il suo viso esprimeva sempre una gran collera da battaglia.

E via via cercati così, i morti furono rivisitati quasi tutti. Ma alla fine bisognò pure che i vivi gli abbandonassero. Sarebbero poi venuti i seppellitori a scavare a ogni morto una buca lungo il corpo, ve l’avrebbero fatto rivoltar giù forse con malgarbo, poi, o sul corpo o sul dorso, poche badilate di terra e addio. Un dì, chi sa quando, qualcuno verrebbe a scoprire delle ossa.


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Le Compagnie partirono. E per la stessa china e poi per la stessa erta fatta dai Napolitani la sera avanti, marciarono a Calatafimi. Ivi trovarono la gente ancora scompigliata. Quei poveri abitanti avevano visto dalle loro case, il combattimento del Pianto Romano, e poi i borbonici tornare vinti tra loro. Erano stati gran parte della notte tremando che il mattino portasse loro uno scontro nelle stesse vie della città tra le loro case: invece i borbonici erano partiti. Ma potevano sopraggiungerne di nuovi. Insomma la fisionomia generale era tri-