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Dopo la vittoria 131

marciato con lui. Ed essi non s’accòrsero che forse diffidava di loro, tanto era buona e incredibile la notizia che gli avevano portata.


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Nel brivido che dà l’alba, prima ancora che le trombe sonassero le sveglie, molti di quei militi, mezzo intirizziti dalla gran guazza, giravano già pel campo a rivedere i morti. Di questi ve n’erano che parevano dormirsene sicurissimi d’essere svegliati a lor tempo, tanta era la pace che avevano nel volto. Così Giuseppe Belleno, così Giuseppe Sartorio, tutti e due Carabinieri genovesi; questo colpito nel petto proprio nel momento che fulminava un gran fante borbonico, mirato a prova da lui. Aveva data e ricevuta la morte in un punto. Poco discosto giaceva Ferdinando Cadei di Caleppio, bel giovane di ventun’anno, che adagiato sul fianco destro pareva sogguardasse timidamente. Carlo Bonardi da Iseo non si trovava più nel luogo dov’era caduto e rimasto morto bocconi, nè per quanto gli amici suoi cercassero là attorno vedevano le sue larghe spalle da atleta, nè il mantello che portava rotolato a bandoliera ancor nell’ultimo istante. Cosa n’era mai stato?1 Invece il gran Schiaffino copriva ancora la terra là dove l’anima sua lo aveva
  1. Nel febbraio dell’anno 1904, i fratelli di quel Bonardi ricevettero per la posta da Palermo, accompagnato da una lettera senza nome, il taccuino in cui egli scriveva i suoi pensieri. L’ultima pagina di scritto è da Salemi, tutta di propositi fermi e forti, sebbene pieni di presentimento della morte. Chi tenne quel taccuino quarantaquattro anni? Mistero.