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Dopo la vittoria 129

Bixio: «Qui si fa l’Italia o si muore,» commentavano le solenni parole, e pareva proprio a tutti di sentirsi piantato in cuore che il fatto d’armi, piccolo in sè, era già come un’ultima battaglia risolutiva, da combattersi ancora sì, non si sapeva dove nè quando, ma già vittoriosi. E ciò voleva dire l’Italia fatta sin da quel giorno, su quel colle.

Il qual colle aveva tuttavia un nome di malaugurio. Era stato subito detto che si chiamava Pianto dei Romani, perchè ivi, più di duemila anni indietro, questi erano stati vinti dai Segestani e dai Cartaginesi. Ma quel nome di mestizia era un’invenzione, o per lo meno una interpretazione errata. Pianto non è che il vernacolo siciliano Chiantu, o piantamento di viti; e uno n’era stato fatto far su quel colle da un’antica famiglia Romano.1 E difatti, quei tali terrazzi dovevano essere stati fatti per dei poderosi filari di viti, sebbene allora vi si vedessero soltanto arbusti grami, e piante che esalavano un tristo odore di cimitero. Così, e durante il combattimento, aveva detto il livornese Giuseppe Petrucci della compagnia di Bixio, facendo parer ai vicini di fiutar davvero un’aria di morte.


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La notte calò rapida come nelle giornate più corte dell’anno. E in quel crepuscolo fu commovente veder un

  1. Vedi nell’opuscolo Storia e storie della prima spedizione in Sicilia del generale Domenico Sampieri, un’interessante lettera del signor Biagio Incroia, scritta nel 1884.