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Il proclama 99

lunghi, cosa strana per soldati, e che avevano gli occhi azzurri e le mani fini e panni indosso da veri signori. I bottegai ricevevano le monete con su l’effigie di Vittorio Emanuele, mirando e facendo mirare i gran baffi del Re di cui avevano sentito parlar vagamente, e domandavano se Garibaldi fosse suo fratello. Davano i resti in mucchi di monete luride e fruste, e facevano tutto gli uni e gli altri con gran fidanza. Quelle non erano ore da inganni.

Correvano intanto dei racconti curiosi di particolari minuti dello sbarco, un fatterello seguìto qua o là, a questo o a quell’altro di questa, di quella Compagnia. Faceto, nel serio, ma vero, si diceva che appena sceso a terra, un Pentasuglia, pratico del mestiere, era entrato nell’ufficio del telegrafo, dove l’impiegato aveva appena finito di annunziare a Palermo e a Trapani che gente armata sbarcava da due legni sardi. Ripicchiavano appunto da Trapani, domandando quanti fossero gli sbarcati; e il Pentasuglia aveva risposto egli stesso: — Mi sono ingannato, sono due vapori nostri. — Poi, stato un istante ridendo a sentirsi dare dell’imbecille da Trapani, subito aveva tagliato il filo.


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Dunque la gran notizia era andata, e a quell’ora la avevano già a Napoli nella reggia. Ivi che sgomento e che collera! Se ne aspettavano ben altra. Il giorno 6 avevano saputo della partenza di Garibaldi da Genova, e protestato col telegrafo a tutte le Corti d’Europa contro il Pirata e contro chi lo doveva aver favorito. La mattina del 7, il Re era andato a far le sue divozioni a San Gen-