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314 CAPO XXIX.

narrate; il che senza dubbio mescolava gl’idiomi, del pari che il sangue. Tralasciati una volta i vani, e ben anche maliziosi sofismi della controversia, auguriamo che i benavventurati studi de’ filologhi odierni partoriscano il buon effetto di vie meglio avverare le relazioni di perentela già notate in molte voci delle lingue semitiche e giapetiche fra se congiunte, e mischiatesi per popoli e nazioni dalle rive dell'Indo sino all’ultima Islanda. Forse ancora la desiderata scoperta di nuovi monumenti etruschi, massime bilingui, potrà spandere un giorno qualche luce in sulla erudizione grammaticale, e guidarne con più sicura scorta, sia a conoscer meglio i temi compagni o derivati, sia a intendere più giustamente le voci delle lapidi.

Certissimo è tutta volta che fino da remoti tempi possedevano gli Etruschi, al pari delle civili nazioni dell’Oriente, un sistema grafico usuale. Nata nel tempio, e qui recata tra noi per ministerio dei sacerdoti, primi insegnatori d’ogni arte, v’era la scrittura tenuta in conto di cosa sacra: quindi pochissimo nota, fuorchè ai ministri dell’ara, ed a coloro che più da presso s’attenevano alle famiglie sacerdotali. Già ne’ primi secoli di Roma rara per tutto era l’arte dello scrivere1. Che ciò fosse anche in Etruria il fa manifesto la grande scarsezza d’iscrizioni di forma vetusta: in tanti sepolcri aperti nell’ampia necropoli di Vulci non si sono ritrovati che alcuni pochi titoli di fami-

  1. Cinc. Alimen. ap. Liv. vii. 3.