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CAPO III. 53

si conciliava mirabilmente con la religione, e insieme con la politica del principato, a causa di quel magnifico oracolo di Giove promettente alla prole di Venere un imperio eterno1. Similmente la non mai sazia ambizione dei grandi si vantava a un modo o di genealogie troiane, a illustrar le quali scrissero più volumi Varrone ed Igino2, o d’origini achee: in guisa che la famiglia dei Mamilii, per tacer d’altre molte, oriunda di Tuscolo, qualificava senza più il suo stipite come diramato da Ulisse3. E già nel sesto e settimo secolo non era più lecito dubitare della veracità di queste voci gloriose, su di cui appoggiavasi l’ideal sistema, che con uno stesso ordito collegava insieme le antichità della Grecia con quelle del Lazio. Gli scrittori del buon secolo furono costretti di rispettare e ripetere divolgate finzioni, che la fortuna medesima di Roma facea venerande a tal che una decente mescolanza di prodigio e di favola credevasi sempre opportuna, dice Livio con dolci parole, a riflettere un bel splendore in sull’origine della città4.

  1. Imperium sine fine dedi. Virgil. Æn. i. 261 sqq.
  2. Serv. v. 389. 704. Troiugenas chiama Giovenale (i. 100) coteste nobili famiglie che vantavano sangue troiano. Al tempo di Dionisio se ne contavano ancora cinquanta. i. 85.
  3. Così la Fabia da un figlio d’Ercole; la Lamia da Lamo re dei Lestrigoni ec. Ben Vespasiano si rideva del suo genealogista, che lo celebrava per originato d’un socio d’Ercole. Sveton. Vesp. 12.
  4. Datur hæc venia antiquitati ut miscendo humana divinis, primordia urbium augustioria faciat. In Proem.