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spazio per quella violazione e per quell’audacia, le sentiva sul viso, sulle mani, le sentiva nelle ali del suo apparecchio che si tendevano a quando a quando con uno scricchiolio caratteristico.

Ma non era tale, quella voce del vento; nella descrizione dell’ultimo giro che doveva portarlo al disopra della vetta, la sua macchina ebbe un sobbalzo brusco che improvvisamente la respinse in basso facendogli perdere una diecina di metri: era l’ultima resistenza del monte e del destino.

Uno stormo di corvi, snidato dalla roccia sotto l’estrema vetta, dal rumore non mai udito del motore, più fragoroso del rombo del tuono noto solo in quei silenzi eterni, passò sgomento dinanzi alla macchina con uno starnazzar d’ali incomposto e folle, si allargò, si disperse.

Noris non ne fu impressionato. Nulla poteva impressionarlo, ormai: le sue energie erano tese verso lo scopo quasi raggiunto, dominavano ogni emozione in quella tensione unica, attutivano ogni altra sua forma di sensibilità.

Tutto era lontano infinitamente: la vita, il mondo, gli uomini, le cose. Il suo sforzo solo viveva e la sua meta. E il suo sforzo viveva uno di quegli attimi che valgono a riassumere tutta la vita, a esaltare tutte le concezioni, a bruciare tutta l’energia d’una creatura.

La vetta, la vetta! Ecco, ora il velivolo aveva superata la spalla del monte e la cresta, estrema appariva poco al disotto della macchina, un po’ a destra, sottile e lunga più d’un centinaio di metri, tagliata in due da una spaccatura.

Aveva vinto!

Egli era più su, più su del punto dove il monte formidabile, il monte magnifico, il monte inviolato per migliaia d’armi ergeva il suo fierissimo capo tenebroso nel sole e nel vento. Nessuno aveva mai portato tanto in alto quella fragile macchina possente e infida come una creatura vivente.

Aveva vinto!

E si sentiva così forte ancora, così sereno e