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IV.


Quel giorno, mentre alzava la mano per dare il segnale della partenza, Ettore Noris, per la prima volta, pensò:

— Forse, piccola Eva, oggi vengo davvero a trovarti.

Ma il suo cuore non ebbe un battito di più.

Aveva sentito maggior trepidazione nei giorni passati, mentre attendeva ai preparativi per la gran prova. Man mano l’ora s’era andata avvicinando, l’orgasmo s’era dissipato, ogni sovreccitazione era caduta e adesso, una calma sovrana e una perfetta lucidità dominavano il suo sangue e il suo spirito.

L’ultima visione che i suoi occhi accolsero e un istante serbarono mentre il velivolo si staccava dal suolo ed egli si sentiva mancargli, sotto, la terra e man mano farsi più lontano il fragore dell’applauso delirante, fu uno sguardo di fanciulla velato di lagrime in un viso intenso d’espressione fino alla sofferenza.

Con un sorriso che nessuno vide mandò un saluto alla dolce piccola ignota che confusa tra la folla palpitava per lui o lo seguiva con tutta l’ansia della sua ingenua anima protesa in alto.

— Torna, — pareva dirgli ancora adesso il pallido viso rimastogli nelle pupille.

— Se il destino vorrà, — pensò Ettore Noris perfettamente tranquillo.

Mai come in quell’ora la sua vita era stata, tra le mani del destino. E mai egli aveva osato sfidarlo come in quell’ora. L’impresa cui s’era accinto non aveva precedenti nella storia dell’aviazione, realizzava un tentativo d’audacia che non aveva esempio nel campo degli ardimenti passati.

Quando egli l’aveva annunziata, imponendo at-