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cosa che davvero giustificasse l’alto concetto che la sua piccola amata aveva di lui, qualcosa che confortasse codesto concetto e si traducesse ancora in alimento d’amore.

Per questo egli aveva voluto che Eva assistesse quel giorno al suo primo volo che egli pensava sarebbe stato il suo primo trionfo. Un pensiero e un orgoglio d’amante, unicamente, avevano determinato la sua preghiera. Forse Eva lo avrebbe amato di più o per lo meno avrebbe aggiunto alla trama del suo amore un nuovo filo e diverso quando avesse risentito l’emozione nuova d’un simile trionfo «voluto per lei, cercato per lei»...

Ed Eva non aveva saputo resistere. Ormai, a quell’ora, il suo cuore aveva compiuto intero il sacrificio. Da tre mesi — dal dì della prima risoluzione di Noris a quello del suo esame di pilota — ella era andata sforzandosi d’abituarsi all’idea di sapere il suo diletto alle prese, ogni giorno, colla morte.

Ora, aveva quasi raggiunto la rassegnazione. Non intimamente, non sinceramente, ma in forma sufficiente per rassicurare Noris e tranquillarlo. La grande fede che ella aveva nell’amato contribuiva alla sua rassegnazione: Noris era così audace e così freddo! si sentiva così sicuro!

Certo se qualcuno riuniva tutte le attitudini necessarie per riuscire nel pericoloso gioco e scampare nel diuturno duello colla morte, quegli era lui.

Ancora adesso ella pensava tutte codeste cose pensate mille e mille volte, rifaceva il ragionamento che da tre mesi andava facendo a sè stessa quotidianamente, mentre i suoi occhi non cessavano dall’indagare se apparisse sul campo la figura di Ettore Noris.

Lo vide finalmente uscire dall’hangar attorniato, circondato, preso da un gruppo di amici, di conoscenti, di semplici curiosi: lo vide stendere le mani per farsi largo e girare il viso verso le tribune e fissarle corrusco....

Cercava di lei, cercava di lei....