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morali e civili, economiche e politiche; vi si traduce non meno la depravazione che il bisogno, la malizia al pari del sistema e delle circostanze variabili della repressione; insomma lo stato politico e quello delle relazioni sociali tutte quante. Certo che quale effetto il crimine figura pur sempre un disordine di ragione morale nella propria significazione del vocabolo; ma le cause prime che ne decidono possono essere diverse e molteplici, e occorre uno studio assai sottile difficile a sceverarne l’elemento proprio e specifico di moralità.

Anche quell’idea e quel titolo di statistica comparata, che figura in testa all’opera di Guerry, e che dovrebbe significarne il metodo e l’intento, può richiamare una riflessione. A tutto rigore non vi è comparazione possibile se i termini da compararsi non sono ridotti ad una espressione uniforme e perfettamente definita, ad un modulo unitario comune; e in ciò sta appunto la difficoltà massima per tali argomenti, a cagione del divario delle legislazioni, delle istituzioni, delle pratiche, delle condizioni tutte quante, fra paesi differenti che vogliansi porre a raffronto. Forse l’ostacolo non è del tutto e in ogni caso insuperabile, ove si proceda coi debiti accorgimenti; ma tale esso parve al Guerry, ed è a questo proposito che egli scriveva la frase più sopra riferita, in cui taccia di assurdo il tentativo di mettere, come dice, in equazione la moralità di due diverse nazioni. Ne consegue che la sua statistica comparata si risolve in realtà in due statistiche distinte, fra loro raccostate per elementi simili; nè va intesa in altro senso che questo.

Quanto poi al concetto generale della statistica adottato dal nostro autore, non parmi in questo luogo opportuno di entrare in apposita discussione, se anche quel concetto avesse a sembrare a taluno troppo largo per l’oggetto e ad