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CXXXV

Invidia Collalto, dov’egli soggiorna.

     Quanto è questo fatto ora aspro e selvaggio
di dolce, ch’esser suole, e lieto mare!
Dopo il vostro da noi allontanare
quanta compassion a me propria aggio,
     tanto ho invidia al bel colle, al pino, al faggio,
che gli fanno ombra, al fiume, che bagnare
gli suole il piede ed a me nome dare,
che godono or del vostro vivo raggio.
     E, se non che egli è pur quell’il bel nido,
dove nasceste, io pregherei che fesse
il ciel lui ermo, lor secchi e quel torbo:
     per questo io resto, e prego voi, o fido
del mio cor speglio, ove mi tergo e forbo,
a tornar tosto e serbar le promesse.


CXXXVI

Egli, dimentico, non le scrive.

     Chi mi darà di lagrime un gran fonte,
ch’io sfoghi a pieno il mio dolor immenso,
che m’assale e trafige, quando io penso
al poco amor del mio spietato conte?
     Tosto che ’l sol degli occhi suoi tramonte
agli occhi miei, a’ quali è raro accenso,
tanto ha di me non piú memoria o senso,
quanto una tigre del piú aspro monte.
     Ben è ’l mio stato e ’l destin crudo e fero,
ché tosto che da me vi dipartite,
voi cangiate, signor, luogo e pensiero.
     — Io ti scriverò subito — mi dite —
ch’io sarò giunto al loco ove andar chero; —
e poi la vostra fede a me tradite.