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CXXXI

Egli le vieta di dir le sue ragioni.

     Poi che da voi, signor, m’è pur vietato
che dir le vere mie ragion non possa,
per consumarmi le midolle e l’ossa
con questo novo strazio e non usato,
     fin che spirto avrò in corpo ed alma e fiato,
fin che questa mia lingua averà possa,
griderò sola in qualche speco o fossa
la mia innocenzia e piú l’altrui peccato.
     E forse ch’averrà quello ch’avenne
de la zampogna di chi vide Mida,
che sonò poi quel ch’egli ascoso tenne.
     L’innocenzia, signor, troppo in sé fida,
troppo è veloce a metter ale e penne,
e, quanto piú la chiude altri, piú grida.


CXXXII

Sentenza d’Amore contro di lei.

     Quando io dimando nel mio pianto Amore,
che cosí male il mio parlar ascolta,
mille fiate il di, non una volta,
ché mi fere e trafigge a tutte l’ore:
     — Come esser può, s’io diedi l’alma e ’l core
al mio signor dal di ch’a me l’ho tolta,
e se ogni cosa dentro a lui raccolta
è riso e gioia, è scema di dolore,
     ch’io senta gelosia fredda e temenza,
e d’allegrezza e gioia resti priva,
s’io vivo in lui, e in me di me son senza?
     — Vo’ che tu mora al bene ed al mal viva —
mi risponde egli in ultima sentenza; —
questo ti basti, e questo fa’ che scriva.