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i - terze rime 347

     352di questi monti son queste le nevi;
ché quindi ’l verno standosi ognor lunge
non vien giamai che ’l bel terreno aggrevi.
     355Quindi letizia e molto utile giunge,
de le gregge bianchissime ai signori,
di quel che se ne tonde e uccide e munge.
     358Sparsi per l’ombre, siedono i pastori,
e, le canne dispari a sonar posti,
cantan de’ loro boscarecci amori;
     361e, se i greggi talvolta erran discosti,
col fischio il caprar sorto gli richiama,
poi torna de la musa ai suoi proposti.
     364Talor la pastorella ivi, ch’egli ama,
de la fistola al suon mossa ne viene,
in modo che di lui cresce la brama:
     367fisse le luci avidamente ei tiene
ne le braccia e nel sen nudi, e nel viso,
e d’abbracciarla a pena si ritiene.
     370Ma poi quindi a guardar l’occhio diviso
tira l’udito suon d’un corno roco,
quando piú in quei pastori egli era fiso;
     373ed ecco, da color lontano un poco,
cani co’ cacciator disposti in caccia,
ciascuno intento al suo ufficio e ’l suo loco.
     376Per folti arbusti un can quivi sj caccia,
e per terra latrando un altro fiuta,
e de Torme seguendo va la traccia,
     379e tanto corre in fretta e ’l luogo muta,
che d’una macchia fuor la lepre salta:
il bracco geme e in seguirla s’aiuta;
     382gridan le genti, e intorno ognun l’assalta;
chi le spinge da tergo il veltro in fretta,
qual corre a la via bassa, e quale a l’alta.
     385E mentre qua e lá ciascun s’affretta,
il tuo sguardo, ch’a lor dietro s’aggira,
s’incontra in piacer novo che’l diletta: