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i - rime d'amore 27


XLIV

Venere avrebbe pietà di lei, conoscendo i suoi dolori.

     Se tu vedessi, o madre degli Amori,
e teco insieme il tuo figlio diletto,
l’accese e vive fiamme del mio petto,
a quali altre fûr mai pari o maggiori;
     se tu vedessi i pelaghi d’umori,
che, dapoi che ’l mio cor ti fu soggetto,
mercé del vago e grazioso aspetto,
per questi occhi dolenti verso fuori;
     so ch’avresti pietà del mio gran pianto
e de la fiamma mia spietata e ria,
che per sfogar talor descrivo e canto.
     Ma voi ferite, e poi fuggite via
piú che folgor veloci, ed io fra tanto
resto col pianto e con la fiamma mia.


XLV

Non sa dir tutto l’amor suo.

     Io vo pur descrivendo d’ora in ora
la beltà vostra e ’l vostro raro ingegno,
e ’l valor d’altro stil, che del mio, degno,
se non quant’ei piú d’altro mai v’onora;
     né, perch’io m’affatichi, giungo ancora
di tanti pregi vostri al minor segno,
conte, d’ogni virtú nido e sostegno,
senza cui la mia vita morte fora.
     Cosí, s’io prendo a scriver, il mio foco
è tanto e tal, da ch’egli da voi nasce,
che, s’io ne dico assai, ne dico poco.
     Questo e quello il mio cor nutrisce e pasce,
e questo e quel mi dà martír e gioco:
cosí fui destinata entro le fasce.