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XLII

Amore le promise pace, e diede tormento.

     Tu pur mi promettesti amica pace,
Amor, il dí che tua serva divenni,
mostrandomi i begli occhi, i guardi e i cenni,
ove tua madre alberga e si compiace.
     Ed or, quasi signor empio e fallace,
poi ch’una volta il tuo giogo sostenni,
ad or ad or nove saette impenni,
ed accendi una ed or un’altra face;
     e mi trafigi e mi consumi il core
col mezzo de l’orgoglio di colui,
che tanto gode, quanto altri si more.
     Cosí, misera me, tradita fui,
giovane incauta, sotto fé d’Amore;
e doler mi vorrei, né so di cui.


XLIII

«Odio chi m’ama, ed amo chi mi sprezza».

     Dura è la stella mia, maggior durezza
è quella del mio conte: egli mi fugge,
i’ seguo lui; altri per me si strugge,
i’ non posso mirar altra bellezza.
     Odio chi m’ama, ed amo chi mi sprezza:
verso chi m’è umile il mio cor rugge,
e son umil con chi mia speme adugge:
a cosí stranio cibo ho l’alma avezza.
     Egli ognor dà cagione a novo sdegno,
essi mi cercan dar conforto e pace:
i’ lasso questi, ed a quell’un m’attegno.
     Cosí ne la tua scola, Amor, si face
sempre il contrario di quel ch’egli è degno:
l’umil si sprezza, e l’empio si compiace.