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ii - rime di baldassarre stampa 211


XXVIII

In morte di un Artuso.

     — Alto Signor, venuta è l’ora omai,
che finisca la morte il mio peccato;
venuto è il giorno, ond’io sarò beato,
sí che a lodarti io non mi stanchi mai.
     L’offese mie ver’ te sono i miei guai;
e, s’io partendo lascio il mondo ingrato
di farti oltraggio, ovunque avrò il mio stato,
a me fia piú che qui gradito assai.
     Se la Parca immaturo a voi mi toglie,
amici miei, piú breve è l’error mio;
e vostre sien del mio Signor le voglie.
     Lavato ha le mie colpe il sangue pio, —
disse l’Artuso, da l’umane spoglie
l’alma rendendo al suo Fattor e Dio.


XXIX

Ad un nipote di Ermolao Barbaro.

     Vera umiltá con gravi modi unita,
gli atti cortesi, il senno ed il valore,
cui non si vide par, non che maggiore,
ad amar voi, signor, ciascuno invita.
     Il saggio e buon consiglio e la gradita
eloquenza, il giudicio e lo splendore
de l’alto ingegno tal vi porge onore,
che il mondo per mirabile v’addita.
     E, s’egli è ver ch’una medesim’alma,
lasciato c’ha l’albergo suo primiero,
entre in diversi corpi, io penso e stimo
     che chiuda in sé la nobil vostra salma
(l’afferma il nome) il chiaro spirto altero
di quel grand’Ermolao, vostr’avo primo.